Cristina Brunialti, la forma e l’attesa
di
Christian Humouda
La ricerca artistico estetica della pittrice Cristina Brunialti si colloca in quella zona d’ombra che rifiuta l’immediatezza dell’immagine per affermarsi, in un momento successivo, come presenza oggettiva.
Non troviamo pertanto nel suo lavoro una volontà di seduzione immediata o di compiacimento formale, ma piuttosto una composizione dell’immagine che si forma in modo lento e stratificato. Quello dell’artista è dunque un lavoro che chiede allo spettatore il tempo necessario per soffermarsi e assumersi la responsabilità dell’ascolto.
La materia, per Cristina Brunialti, non è supporto ma corpo sensibile, un organismo che conserva tracce del passaggio e restituisce memoria.
Ogni opera diventa pertanto un campo di forze instabile tra gesto e controllo, costruzione e cedimento, tra ciò che vuole essere mostrato e ciò che volutamente rimane nascosto.
L’atto gestuale non è mai arbitrario, ma nemmeno completamente domato e lascia alla vista quella vibrazione sospesa che sottrae l’opera a una lettura univoca.
Nelle opere dipinte fino al 2020, la struttura geometrica non si presenta come impianto rigido, ma come architettura attraversata dal movimento. Archi, diagonali, triangolazioni e vettori si intersecano in una composizione dinamica, dove il rigore costruttivo è costantemente messo in crisi da una dimensione organica e lirica.
La forma circolare centrale di molti dei lavori dell’artista agisce come fulcro simbolico, ma viene continuamente destabilizzato da forze oblique che formano un moto perpetuo che rifiuta la fissità dell’evento.
Il colore, deciso ma controllato, è vera e propria energia emotiva, che mai cede il passo alla mera decorazione.
Le cromie, stese per velature e trasparenze, non occupano lo spazio ma lo abitano, lasciando emergere la memoria del gesto.
Quello proposto è dunque un colore che costruisce silenzi, che suggerisce stati interiori più che descrivere forme. In questo senso, il dialogo con l’orfismo di Sonia Delaunay e Robert Delaunay è evidente, non come citazione, ma come consonanza profonda che trasforma la cromia in ritmo e tempo visivo.
Accanto a questa dimensione astratta e lirica, l’opera introduce un elemento di frizione concettuale attraverso l’innesto di immagini fotografiche e frammenti verbali che rendono ancora più incisivi gli interrogativi testuali – “Traspirazione eccessiva?”, “Colesterolo?” – che introducono un linguaggio clinico all’interno della composizione.
Qui il corpo non è più luogo di esperienza, ma territorio di controllo, diagnosi e allarme. La medicalizzazione dell’esistenza diventa pertanto metafora di una società che patologizza ogni deviazione e ogni rallentamento viene considerato fragilità.
In questo contesto, il frammento “il tempo della natura umana” agisce come controcanto etico: una rivendicazione silenziosa di un tempo altro, non produttivo, non performativo ma profondamente umano.
La scelta di non gerarchizzare pittura, collage, segno e parola rafforza l’idea di una soggettività frammentata, composta da strati che non cercano ricomposizione definitiva ma una tensione costante tra ordine e intuizione, controllo e abbandono. L’arte di Brunialti si colloca idealmente tra Wassily Kandinskij e Paul Klee, con innesti orfici e suggestioni bauhausiane che dialogano con l’astrattismo lirico europeo del secondo Novecento. Tuttavia, la sua pittura non guarda al passato come repertorio stilistico, ma come linguaggio fondativo da rimettere in gioco nel presente.
Il periodo post 2020 introduce una maggiore consapevolezza politica del corpo: non più soltanto organismo simbolico, ma luogo reale di restrizione, distanza, controllo. Le architetture geometriche si rarefanno o si spezzano, come mappe che registrano una discontinuità storica. Il colore, pur mantenendo la sua vibrazione lirica, si concentra in campiture più tese, talvolta attraversate da contrasti più netti, quasi a segnare una soglia. Ne emerge una produzione che conserva continuità con la fase precedente, ma ne accentua la dimensione critica e introspettiva.
Se prima il dipinto era una mappa emotiva del presente, dopo il 2020 diventa anche dispositivo di resistenza consapevole: uno spazio in cui la complessità non viene semplificata, ma abitata con lucidità. L’arte, qui, non chiede un apprezzamento immediato ma il proprio tempo di esistere ed è proprio in questa richiesta silenziosa che nasce la forza della composizione.
01/03/2026
Christian Humoida – Critico d’Arte – Giornalista
